Redipuglia: la guerra infinita

Redipuglia: la guerra infinita

Di Giuliano Gaia

Quando si parla di follia umana, ci sono alcuni nomi che si fanno strada nella mente di ognuno, carichi di echi sinistri. Auschwitz, lo sterminio scientifico. Hiroshima, l’Apocalisse a comando. Pol Pot, l’utopia sanguinaria. Dopo averlo visto recentemente, credo che un nuovo nome dovrebbe aggiungersi a questa schiera di incubi: Redipuglia

Visto dal basso il Sacrario si presenta come un’immensa scalinata, sovrastata da tre grandi croci. Nel silenzio e nel vento, una bandiera. Sui gradini, un’infinita teoria di nomi.

Sono i nomi di oltre 40.000 soldati morti in quella zona, per quella bandiera che ora sventola nel silenzio, accanto ai cipressi. In cima al sacrario, in due grandi fosse comuni, i resti di altri 60.000 soldati, troppo sfigurati o macellati per essere riconoscibili. Ma questi sono numeri irriconoscibili, incommensurabili. Come le distanze in anni luce delle stelle. Cosa significa un miliardo di chilometri? Nulla. Cosa significano centomila morti? Niente. Sono numeri troppo grandi per la nostra piccola mente, per la nostra ridotta capacità di capire.

L’orrore diventa comprensibile solo se ti avvicini. E se scopri che in tre metri quadrati ci sono quasi venti persone. Persone. Ognuna con un universo di sogni ampio quanto il tuo. Con batticuori, miserie, speranze, grandiosità e piccolezze, pensieri grandi e piccoli, poetici e inutili. Tutti chiusi da un coperchio di bronzo, resi uguali. Non resta nulla di ciò che erano. Nome, cognome, grado, reparto. Nome, cognome, grado, reparto. Nome, cognome, grado, reparto. La grande macchina della guerra che li ha portati a morire a milioni nasce da qui, dalla distruzione dell’individuo. E allora improvvisamente capisci che questo cimitero non è che il termine della macchina. Che non solo li ha uccisi, ma li ha privati di ogni umanità anche nella morte. Un’armata congelata nel cemento, statue retoriche pronte a ridestarsi con le armi in pugno se la Patria dovesse avere ancora bisogno di loro. E oggi, a distanza di un secolo, nulla è cambiato. Sono ancora lì, pietrificati nei gradoni dell’immenso girone infernale, bloccati dietro ai loro stupidi generali che li mandavano a morire senza pietà contro le mitragliatrici austriache, le cui tombe squadrate li conducono ancora in una battaglia inutile.

E allora, è il momento di reagire. A distanza di un secolo, c’è una sola cosa da fare per questi poveri contadini e studenti mandati a morire per nulla. Restituirgli la loro umanità. Fare un piccolo gesto per ridare loro la cosa più preziosa e più nemica di ogni esercito: un’individualità.

Pretendere di sapere chi era Pieroni Domenico, con quel nome un po’ buffo, più da bar o da campetto di calcio in periferia che da martire di guerra. Pretendere che sul deserto di marmo e bronzo di Redipuglia sboccino fotografie, date di nascita e di morte, paesi di provenienza. Che lentamente si componga, attraverso le ricerche degli storici, dei volontari, dei parenti, un paziente mosaico di sorrisi lontani, di volti innocenti o poco raccomandabili. Di persone, insomma, non soldati, non eroi, soltanto persone.

Allora, solo allora, forse capiremo cosa significa davvero la guerra.