L’eredità artistica di Leonardo

L’eredità artistica di Leonardo

L’altissima qualità artistica delle opere di Leonardo è ormai ampiamente riconosciuta. Capita quindi di chiedersi come mai tra gli artisti che frequentarono il maestro e che vissero negli anni immediatamente successivi alla sua morte non sia emersa nessuna personalità veramente innovativa e geniale come lo era stato Leonardo stesso. A questa domanda ha cercato di rispondere Stefano Zuffi nell’incontro “Il naturalismo lombardo intorno a Leonardo” tenutosi il 27 luglio 2011 presso il Museo Diocesano di Milano.

Leda con il cigno (copia da Leonardo). Autore: Francesco Melzi

I pittori che si sono più direttamente ispirati a Leonardo ed hanno imitato lo stile del maestro sono noti con il nome di ‘Leonardeschi’. Tra i più importanti possiamo ricordare De Predis, Melzi e Luini. Questi artisti vengono tuttavia considerati per lo più come degli “imitatori” e le loro opere se pur di alta qualità non possono certo essere paragonate ai lavori di Leonardo. L’eredità artistica di Leonardo sembra quindi essere caduta nel nulla tant’è che nessuno dei suoi allievi fu in grado di superare il maestro.

Nei suoi appunti Leonardo scriveva “nessun pittore deve mai imitare la maniera degli altri”. Si capisce quindi il dilemma che i Leonardeschi si trovavano ad affrontare. Da un lato era per loro poco nobile imitare il maestro ma allo stesso tempo era impossibile non farlo. A favore dei ‘leonardeschi’ va infatti riconosciuto che Leonardo fu un artista così originale che di fatto era un compito molto arduo riuscire a superarlo proponendo qualcosa di veramente nuovo.

Il modo tradizionale di lavorare all’epoca era quello della bottega dove più
artisti collaboravano seguendo delle tecniche collaudate. La bottega rappresentava infatti una forma primitiva di approccio ‘industriale’ alla produzione artistica: si trattava sostanzialmente di una piccola azienda strutturata in senso gerarchico. Il capobottega, come fu ad esempio Verrocchio presso il quale studiò Leonardo, supervisionava il lavoro dei suoi allievi e aggiungeva magari qualche tocco finale. Era inoltre l’unico responsabile di fronte alla committenza della qualità ed omogeneità dell’opera. Il committente pagava poi direttamente il capobottega anche se l’opera era magari stata eseguita per il 90% da allievi.

Leonardo, insieme a Michelangelo, rappresentava invece l’eccezione alla norma. Se da un
lato Leonardo ebbe sicuramente degli allievi che vissero anche a stretto contatto con lui come appunto Francesco Melzi e il Salai, non si trattò però mai di una bottega nel senso proprio del termine. Leonardo lavorava anzi sostanzialmente da solo, seguendo i suoi tempi. E’ ben noto infatti che quando lavorava al Cenacolo Leonardo alternasse momenti di intenso lavoro a periodi durante i quali non dava una singola pennellata per giorni. Leonardo non adottò mai un approccio ‘aziendale’ nella sua attività pittorica ma seguiva semplicemente i tempi del suo istinto creativo. Questo spiega perché realizzò veramente poche opere di pittura, se poi consideriamo quelle effettivamente finite, il numero scende ancora.

Madonna del Roseto. Autore: Bernardino Luini

Ben diversa è la situazione di Bernardino Luini, probabilmente il migliore tra i pittori ‘leonardeschi’. Luini fu infatti un artista nel senso più tradizionale secondo quella che era la prassi dell’epoca. Fondò infatti una bottega ed ebbe degli allievi. Questo
atteggiamento imprenditoriale gli permise di produrre moltissime opere. A questo punto si può quindi facilmente capire perché di un genio artistico come Leonardo siano giunte a noi solo poche opere mentre per un pittore minore, per quanto di talento, come il Luini disponiamo di un gran numero di quadri.

Il Ducato di Milano nel 1500

Infine è opportuno tenere in considerazione anche la situazione politica di quello che era il Ducato di Milano all’epoca. Dopo la caduta di Ludovico il Moro, gli anni della dominazione francese furono infatti un periodo cupo sia politicamente che culturalmente. Di fatto il Ducato di Milano era terra di conquista. La zona orientale della Lombardia era invece sotto l’influenza dei Gonzaga con capitale Mantova che godeva di una certa stabilità politica. Le zone di Bergamo e Brescia erano invece sotto l’influenza di Venezia.

All’inizio del 1500 l’influsso leonardesco in pittura era quindi uno dei tanti disponibili. La scuola veneziana era infatti capeggiata da Tiziano mentre a Mantova lavorava Mantegna. Tra i più importanti pittori lombardi dell’epoca possiamo ricordare Bramantino,  sono suoi i famosi  Arazzi Trivulzio, Gaudenzio Ferrari che realizzò molte delle statue e degli affreschi del Sacro Monte di Varallo, Giovan Antonio da Pordenone, attivo presso la cattedrale di Cremona e Romaninoche nella stessa cattedrale realizzò il dipinto ‘La passione di Cristo’.

Affresco di Gaudenzio Ferrari – Santa Maria delle Grazie, Convento di Varallo Sesia

Nessuno di questi pittori imitava però Leonardo direttamente. Leonardo rappresentava un punto di partenza per il “senso del naturale”, l’idea cioè di dipingere ciò che si vede come ad esempio i moti dell’animo. Nel Cenacolo ciò che affascina è proprio il senso del naturale, il fatto che sembri vero.

I grandi maestri lombardi del 1500

L’eredità artistica di Leonardo è sicuramente presente anche in altri grandi pittori venuti dopo di lui. Si tratta però sempre di riferimenti raffinati e mai di una semplice imitazione pedissequa. Ad esempio sulla tavola del Cenacolo troviamo la prima idea di natura morta, ripresa poi nelle composizioni di due grandi pittori lombardi, prima Arcimboldo e più tardi Caravaggio.

Santa Caterina. Autore: Caravaggio

Una delle cappelle di Santa Maria delle Grazie fu affrescata da Gaudenzio Ferrari ed un tempo ospitava “L’incoronazione di spine” di Tiziano, oggi al Louvre. E’ quindi molto probabile che proprio in questa chiesa e nell’annesso Cenacolo il giovane Caravaggio avesse potuto ammirare appunto le opere di Leonardo, Tiziano e Gaudenzio Ferrari rielaborando il loro stile per la creazione più tardi delle sue opere.

L’influsso Leonardesco è ad esempio sicuramente evidente nell’opera di Caravaggio  “Santa Caterina”. La torsione del busto e dello sguardo della santa rimandano infatti alla Dama con l’Ermellino, il ritratto che Leonardò fece a Cecilia Gallerani.