Cambogia Field Notes #3: l’orrore assoluto

Cambogia Field Notes #3: l’orrore assoluto

Di Giuliano Gaia 

La Cambogia offre la possibilità di vivere in pochi giorni il meglio e il peggio che l’umanità può offrire. Permette di passare in poche ore dalla meraviglia dei Templi di Angkor Wat, dalla dolcezza dei sorrisi e del verde intenso dei campi di riso, dallo sfarzo delle pagode dorate, ad uno dei più tetri monumenti alla follia umana: il Killing Field di Choeung Ek, uno delle decine di Killing Fields sparsi per tutta la Cambogia durante il regime comunista di Pol Pot, durato dal 1975 al 1979.

Visitarlo è un’esperienza durissima, e non per il caldo opprimente. Qui si viene a contatto col fondo oscuro dell’umanità, con le conseguenze dell’impazzimento ideologico, con i frutti avvelenati della guerra, dell’odio, dei bombardamenti a tappeto, dell’ignoranza.

Oggi il Killing Field appare come un quieto giardino, con una elegante cappella centrale. Tutto trasmette pace, ma appena ti avvicini la realtà cambia all’improvviso. La cappella è un ossario, e contiene 8.000 teschi meticolosamente ordinati per età, e metodo di uccisione: machete, soffocamento, annegamento, decapitazione.

I laghetti sono fosse comuni, in parte ancora intatte. E mentre cammini sul sentiero, improvvisamente senti sotto i piedi una consistenza diversa. E’ uno straccio che risale dal fondo della terra.  Durante la stagione delle piogge infatti nei prati, sotto gli alberi e sugli stessi sentieri riaffiorano in superficie brandelli di vestiti, ossa, denti – come un film dell’orrore, i morti e gli incubi tornano alla luce.

I cambogiani non amano parlare del loro passato: preferiscono mostrare il più rassicurante dei sorrisi, e parlare del presente. Solo una volta ho trovato il coraggio di fare una domanda diretta a una delle donne cambogiane più attive nell’impegno sociale, ed è riaffiorato l’incubo, come le ossa del Killing Field. Il volto le si è oscurato, il tono è cambiato e ha raccontato, brevemente, di aver visto da bambina uccidere sua nonna, e sua sua zia trascinata sull’orlo di una fossa comune che conteneva già trecento cadaveri, e venire risparmiata solo perchè i Khmer rossi per qual giorno erano stanchi di uccidere.

E’ inimmaginabile per noi cogliere fino in fondo che effetto possano avere avuto queste visioni così terribili su una bambina di dieci anni. E come lei, moltissimi altri nascondono i traumi di questa ideologia impazzita. Eppure guardano avanti: proprio come questa donna, che ha saputo trasformare il trauma e la rabbia nella determinazione di aiutare le donne più povere e i bambini che non hanno nulla, a darsi un futuro migliore. Quel futuro che il regime del “Fratello n.1″ (Pol Pot) voleva cancellare per sempre e che più forte di tutto è ricominciato ad esistere.