Cambogia Field Notes #2: sorrisi

Cambogia Field Notes #2: sorrisi

Di Giuliano Gaia – foto di Stefania Boiano.

La Cambogia per me è stata un unico, grande sorriso. Basta uno sguardo per far sbocciare sorrisi: dai bambini, dagli adulti, dagli anziani, dalle donne, da chiunque incroci i tuoi occhi. Non sono normalmente tentativi di venderti qualcosa: a parte gli onnipresenti guidatori di Tuk-Tuk (mai insistenti però), la maggior parte delle persone che sorridono non hanno nulla da venderti.
Sono sorrisi gratuiti.
 

Non è facile per noi occidentali capire che cosa stia dietro a tutta questa gentilezza. L’animo orientale è impenetrabile per definizione, e vive di codici linguistici e gestuali estremamente complessi e di difficile interpretazione, al punto che negli incontri importanti è sempre meglio portarsi un interprete, anche se si sa il cambogiano, per poter tradurre tutti i i piccoli importantissimi significati di un gesto o una parola, che possono trasformare un complimento in un insulto sanguinoso.

Un’amica, che vive da anni in Cambogia e parla correttamente il cambogiano, ha una teoria interessante al proposito: i cambogiani crescono in una tale abitudine al mantenimento della reputazione e della gentilezza esteriore, al non esprimere e descrivere i propri sentimenti , che a volte si ha l’impressione che questi sentimenti siano sconosciuti anche a loro stessi. Nella lingua cambogiana, ad esempio, ricchissima di sfumature, sono invece pochi i termini per indicare le emozioni, e quindi ai cambogiani potrebbero anche mancare le parole per descrivere a se stessi ciò che sono stati educati a non esprimere.

Sia come sia, un fatto è certo: questo fiorire di sorrisi è un balsamo che ripaga del caldo e della fatica del viaggio. Alcuni di questi sorrisi non saranno veri o sentiti (tranne quelli dei bambini) ma certamente vorresti che fossero contagiosi e portarne un’epidemia nel nostro ricco e immusonito Occidente.