Cambogia Field Notes #1: il caldo

Cambogia Field Notes #1: il caldo

Di Giuliano Gaia – foto di Stefania Boiano

La prima cosa che sbalordisce scendendo dall’aereo in Cambogia è il caldo. Un caldo formidabile, opprimente, indescrivibile, al punto che il corpo stesso sembra non volerci credere, la pelle dice al cervello: non ti preoccupare, non può durare, è uno scherzo.

E invece è proprio vero quel caldo, e diventa rapidamente un compagno di lavoro e di vita che detta i ritmi della giornate, costringe a crollare esausti a letto alle nove di sera e ad alzarsi alle cinque del mattino per approfittare delle poche ore fresche.

Un caldo che ci ricorda che siamo corpi, non solo cervelli o profili digitali, che abbiamo limiti invalicabili, che siamo immersi in un universo di pianeti roventi e stelle fiammeggianti e dà un nuovo significato al concetto di riscaldamento globale.

Il caldo definisce anche l’architettura, la qualità tremolante e vaporosa dell’aria, crea la colonna sonora costante delle pale e dei ventilatori onnipresenti in ogni stanza e scatena una natura lussureggiante negli alberi tentacolari, nelle farfalle enormi, nei fiori colorati fino alla sfacciataggine.

Nella stagione delle piogge caldo e scrosci torrenziali sembrano decomporre tutto in una poltiglia fangosa, campi e strade divengono acquitrini, ogni cosa sembra sul punto di marcire per rinascere in futuro, e allora diventa più chiaro perché l’idea buddhista del ciclo di morte e reincarnazione qui sia abbracciata dal 90% della popolazione.